Citazione

Cristina

I Ricordi di zia Maria
capitolo 4

Intanto i giorni passavono tutti uguali. Un pomeriggio mio marito era andato a trovare un amico che abitava in un altro posto un poco più lontano da dove abbitavamo noi e gli dissero che si stavano vendendo dei piccoli terreni per potersi fare la casa. Mi disse: «Sai, è un bel posto.» Vicino alla famosa strada dove passavano i mezzi pubblici, vicino a un barrio che ci abbitavano ufficiali dell’esercito dove c’era una bella scuola e una chiesa. Si dovevano pagare, questi terreni, un poco per mese.

«Che dici, vogliamo vedere se lo possiamo combrare?»

Ci voleva qualche poco di soldi per dare avanti, noi non li tenevamo così penzavamo come poter fare. Se riuscivamo a combrare questo terreno potevamo ingomingiare a farci la sognata casetta e andarcene, così mio marito trovava qualche altro lavoro in fabbrica dove si guadagnava di più.

Mentre penzavamo il da farsi, io stavo aspettando il seconto figlio. Tenavamo il cane del padrone legato, le davamo da mangiare noi, penzammo: «Ora gli chiediamo al padrone, ci deve dare qualcosa di tutti e due anni del mangiare al cane.»

Il tetesco fu combrensivo, ci diete qualcosa di soldi, subbito andammo dove si vendevano questi terreni e ne combrammo uno che lo terminammo di pagare un poco al mese. Intanto continuavamo a stare nella casetta di Ciurruca, così si chiamava quel posto.

Arrivò il giorno che mi doveva nascere il mio secondo figlio. Poco distande dalla nostra casa ci abbitavano una famiglia di portochesi, facevano l’ortolani, ci avevano un camion negro scancherato, ci andavano a vendere le verdure. Mio marito andò a chiedere se mi accombagnava alla maternità, persona brava subbito si mise a nostra disposizione. Salimmo su quel camion io, mio marito, il portochese e la mia bambina e dopo quasi un’ora arrivammo alla maternità, si chiamava Santa Rosa, e mio marito con la bambina se ne tornarono e la mattina dopo mi nacque la mia seconta bambina, la chiamammo Cristina. Dopo tre giorni me ne tornai pure io. Eravamo già in quattro, si tirava avanti alla meglio.

Intando ingomingiammo con qualche piccolo risparmio a fabbricarci una sola stanza in quel terreno che avevamo combrato, qualcosa di nostro lo ingomingiavamo a tenere. Lasciammo il tetesco e ce ne andammo ad abitare nel nostro, però arrangiati, ci dovettimo fare sembre il famoso bagno solo con un buco. Mio marito tornò a lavorare in una fabbrica non tanto lontano da casa, stavamo un poco meglio.

Mio marito, che aveva lavorato in una fabbrica per i primi due anni che stavo sola ancora, era una fabbrica che si facevano fricorifici industriali di legno, così si aveva imbarato un poco di falegnameria. In Italia faceva il contadino e in America si imbarò a fare il falegname, piano si imbarò abbastanza, faceva porte, finestre, mobili per cucina o altre cose. Siccome era l’epoca che c’erano tanti emicrati che si facevano la sua casetta, il lavoro non ci mancava, stavamo abbastanza meglio. Mio marito, lavoratore nella fabbrica otto ore, continuava in casa con altri lavoretti. Io la mamma e la moglie a tembo pieno. Eravamo felici. Siccome sapeva fare il falegname, penzò di fare vicina alla nostra stanza una cucinina fatta di legno, così nella stanza si dormiva e nella stanzetta di legno cucinavo.

Un giorno un poco di distrazione, la mia seconta bambina, ci aveva quasi due anni, prese il suo sediolone, non so come fece, lo accostò alla finestrella che c’era nel cucinino, si affacciò e cadde dall’altro lato. La paura ci bastò, meno male che era bassa! Mio marito prese quel sediolone, lo fece mille pezzi. Io lo guardavo, che potevo dire? Stava nervoso. Io, con la mia creatura in braccio, quando finì gli dissi: «Ò ti sei sfocato! Ora voglio sapere dove siedo nostra figlia.»

Sono episodi che restano, mi piace raccontarli.

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