Digressione

La lingua dei Ricordi

Ricordi di zia Maria
NdR

Sin da quando ero bambina sono sempre stata molto affascinata dalle parole, dalla loro origine, dal loro comportamento. Da grande, poi, mi sono dedicata con passione allo studio delle lingue straniere, che mi ha aiutata a conoscere meglio l’italiano ma anche il napoletano, la mia “lingua madre”, essendo la mia “lingua padre” il veneto, che però non ho mai praticato pur essendo nata e cresciuta a Vicenza… ma questa è un’altra storia.

È quindi facile immaginare che, di tutti gli aspetti dei Ricordi di zia Maria, sia stata la lingua a offrirmi l’occasione di analisi più stimolante. Voglio per questo dedicare gli ultimi articoli de I ponti di carta alla parte più originale del mio lavoro su questi testi, proponendo qui le pagine della mia tesi di laurea dedicate all’interessante e unico miscuglio di italiano, spagnolo e napoletano che in essi si trova, prendendo in considerazione anche i molti brani che per motivi diversi ho scelto di non pubblicare nel mio blog.

Ciò che risalta maggiormente è la frugalità nell’uso della punteggiatura: in totale si contano, in media, un punto o una virgola ogni centocinquanta parole. Spesso le virgole marcano una pausa dove senza dubbio ci sarebbe necessità di un punto, cosa che lascia intendere una certa sensibilità nella percezione del ritmo del discorso, seppur a livello minimo e istintivo. D’altro lato, la totale assenza di segnalazioni del discorso diretto e la scarsezza di punti e a capo rendono la lettura difficoltosa e fanno sì che il carattere di queste pagine si avvicini molto al flusso di coscienza.

Ovviamente, mi astengo dalla catalogazione degli errori ortografici e grammaticali che non siano interessanti ai fini del lavoro di analisi della peculiare lingua di questi manoscritti: questi sono più che comprensibili nella produzione di una donna anziana che si intrattiene componendo memorie e diari, senza alcuna velleità artistica e addirittura all’incirca sessantacinque anni dopo aver terminato le scuole elementari –anche se ha continuato a comunicare per iscritto per tutta la sua vita.

Segnalo, invece, una soluzione interessante per il presente del verbo indicativo avere: la h etimologica appare negli originali solo in un caso, la terza persona plurale hanno, mentre la prima e la terza singolare sono scritte senza h, ma con l’accento diacritico ò e à. Questo potrebbe essere dovuto al fatto che in epoca fascista, e cioè quando zia Maria ha imparato a scrivere, si preferiva insegnare questa seconda opzione mentre l’uso della h è stato recuperato solo dopo la Seconda Guerra Mondiale¹.

Molto forte, nella sua semplicità e ingenuità, è la pagina intitolata Parlerò della politica, dove il ritmo sincopato dato dalla ripetizione del verbo parlare rappresenta chiaramente l’insofferenza nei confronti di quanti si riempiono la bocca di grandi parole senza fare nulla di concreto per migliorare il degrado in cui vivono:

Tutta la vita è politica in questa era ci sono una quandita di ministri quasi non si contano più parlano parlano uno dice una cosa l’altro dice l’altra fanno delle leggi e parlano sembre parlare intanto le cose non vanno poi troppo bene non si dovrebbe tanto parlare ma fare le cose non si fanno solo col parlare ma col fare anche la gente molta fa come la politica parlano parlano si mettono a telefono e stanno delle ore e parlano parlano anche per strada quando si incontrano diversa gente parla parla come si fa per parlare tanto io non me lo so spiecare nella televisione tanti programmi sono fatti di parole e parlano parlano di questo di quello sono tutte parole tante parole pochi fatti puo essere che la vita e fatta di tanto parlare?…….. non ci resta altro da fare ascoltare intanto l’emergenza rifiuti continua le montagne di spazzatura su tutti gli angoli di strada continua a starci si parla si parla nessuno sa congludere niente si sa solo parlare[.]

Come è prevedibile, le fonti orali e le tradizioni popolari abbondano nei quaderni di zia Maria, così come i riferimenti ai giochi di una volta (nascondino, ciuccio morto e schiaffo), la frase fatta la paura ci bastò e la canzone:

[V]anità di vanità tutto il mondo è vanità alla morte che sarà ogni cosa è vanita se io fossi un gran sapiente suberbo di mente alla morte che sarà ogni cosa è vanita se potessi comandare il cielo la terra e il mare alla morte che sarà ogni cosa è vanità[.]

Anche i proverbi hanno una forte presenza in questi scritti. Questi hanno un grande valore nella lingua colloquiale e popolare, poiché riassumono l’esperienza e le conoscenze di un popolo intero; la loro forma, molto simile a quella di formule magiche e rituali², permette di farsi intendere attraverso sequenze fisse ma molto espressive, facilitando tanto la trasmissione del messaggio da parte dell’autore come la sua comprensione da parte del destinatario³. I detti popolari che compaiono, anche ripetuti, nelle pagine di zia Maria hanno a che fare con i mesi e le stagioni, il tempo e la vita in generale:

nebbia bassa buon tembo lascia, cosa nata cosa amata, la calma è la virtù dei forti, chi si ferma è perduto, febbraio corto e amaro, marzo pazzerello, l’inverno se non a capo a coda, Natale con sole pasqua col tizzone, una va una viene e un’altra non manca mai [le giornate di pioggia], maggio ancora frindaggio [fridd’aggio = ho freddo], una tembera [pioggia] tra maggio e giugno cade l’oro per tutto il mondo, se dei santi non vengo a San Martino non mango [il vento], si sa quando si nasce e non si sa quando si muore.

Per un’analisi dettagliata di tutte le particolarità linguistiche dei Ricordi, rimando infine al prossimo post e alle appendici ad esso collegate, che approfondiranno in che modo il napoletano e lo spagnolo si sono riflessi nell’italiano scritto di zia Maria.


NOTE:

¹ M. Biffi, «H etimologica: grafie ànno, à, ò e ài per hanno, ha, ho, hai», Accademia della Crusca.

² «Proverbio», Enciclopedia Treccani.

³ J. Calles Vales, B. Bermejo Meléndez, Expresiones y dichos populares, Madrid, LIBSA, 2010, p. 7.

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